“Tutto cominciò per caso, salvando una bambina”: Aldo Baia e i suoi (incredibili) 40 anni in Protezione civile

Per proteggere i più deboli, gli animali, le piante, gli alberi, i bambini, gli umani e le sue montagne. La storia di un uomo, colonna portante del Sud Pontino, che nonostante abbia visto il peggio del mondo continua a credere nel bene. E nei giovani

Sembrerà assurdo, ma tutto quello che sono riuscito a fare fino ad oggi è iniziato grazie ad un amore finito. Per una strana serie di coincidenze, mi sono ritrovato a svolgere il servizio militare nei Vigili del Fuoco, a spostarmi in Sardegna e a salvare la vita di una bambina. Per caso, anzi per una mano invisibile che mi ha guidato. Da quel lontano ‘73, non ho mai smesso di cercare di fare qualcosa per il prossimo e la natura, di provare ad alleviare le sofferenze di chi ne ha bisogno o è in difficoltà. Anche se poi ho lasciato il corpo dei Vigili del Fuoco perché ero un ribelle, la divisa mi stava stretta, non mi sono mai allontanato dal campo dei soccorsi e della gestione delle emergenze”.

È l’umanità che guida Aldo Baia, classe ’52, che da quel giorno ha salvato vite in tutto il mondo. Da alluvioni a incendi, terremoti ed epidemie, si è buttato nel fuoco centinaia di volte. Per proteggere i più deboli, gli animali, le piante, gli alberi, i bambini, gli umani. Le “sue montagne”. Napoletano trapiantato a Gaeta (LT), Aldo ha alle spalle una vita da cuoco professionista e RSPP presso l’Ospedale dei Colli di Napoli, sebbene sia sempre stato prima di tutto un volontario, in particolare responsabile della Protezione Civile La Fenice di Gaeta. Un uomo una leggenda, una colonna portante del Sud Pontino, un’anima che ha viaggiato in lungo e in largo, a salvare il mondo senza saperlo.

Aldo Baia in missione. Riproduzione riservata©

Era il 1968 quando mi fidanzai con una ragazza di 4 anni meno dei miei 18, figlia di un maresciallo dei Vigili del Fuoco del Comando di Napoli – racconta al Desert Miraje™, gli occhi si tuffano nella mia anima e avverto il calore di quel fuoco spento da lui innumerevoli volte – convincermi a fare il cambio dall’esercito ai Vigili del Fuoco fu facilissimo. Nel settembre del 1971 partii per questa nuova avventura, ma ironia della sorte volle che la ragazza mi lasciò da un telefono a gettoni. Così all’improvviso mi ritrovai in una divisa che andava stretta al mio carattere ribelle, per il comportamento mi beccai una punizione e fui trasferito in Sardegna, al Comando Provinciale di Nuoro. Mai avrei potuto immaginare cosa sarebbe successo di lì a poco, né che la mia vita sarebbe cambiata per sempre”.

Sì, perché a volte il destino ha in serbo per noi cose inimmaginabili. “Quella mattina erano le 8, stavano riparando il cancello elettrico della caserma – continua, dalle pareti del suo ufficio mi sorridono bambini di tutto il mondo – ero quasi arrivato al bar dove eravamo soliti fare colazione, quando sentii alle mie spalle un tonfo tra le urla della gente. Mi girai di scatto: un corpicino era disteso sotto a un furgone ancora in corsa, ignaro di ciò che stesse accadendo. In un attimo mi lanciai sul parabrezza per avvisare il conducente, impietrito. Era la prima volta che assistevo ad una scena del genere, ma qualcosa in me non perse la calma. Senza esitare, m’infilai sotto al furgone e tirai fuori la bimba. Sentivo l’adrenalina che mi esplodeva dentro, il cuore batteva a mille, ero come guidato da una mano invisibile e da un istinto che non sapevo di avere.

Premendo un fazzoletto contro il sopracciglio per tamponarle un profondo taglio provocato dagli occhiali che indossava, la sollevai tra le braccia e iniziai a correre verso l’Ospedale, a circa 2 chilometri. Giunti al pronto soccorso, i sanitari mi sostituirono, ma la bambina si rifiutava di lasciarmi la mano. Avevo il maglione di ordinanza e i pantaloni zuppi del suo sangue, lo sentivo raffreddarsi sulla pelle. Quando fu dimessa, i genitori organizzarono una festicciola per ringraziarmi, dove la piccola mi elesse ‘il suo pompiere’. Ne persi le tracce. Appena andato in pensione, nel 2018, mi misi a cercarla. Non sapevo nulla di lei. Dopo 40 anni l’ho ritrovata grazie alla solidarietà delle persone online, tra siti web, tam-tam mediatico e giornali sardi. Non so descrivere l’emozione che ho provato”.

Aldo durante la Missione Arcobaleno. Riproduzione riservata©

In tutti questi anni Aldo ne ha fatta di strada e ne ha salvate di vite. Tra le macerie di Friuli, Irpinia, Aquila, Umbria, Marche, Fagnano Alto d’Abruzzo, dove ha gestito un campo di 600 persone e tutt’oggi è un fratello, “zio Aldo”. Tra le alluvioni di Piemonte, Fiumicino, Pontinia, Atina, Cassino eccetera, eccetera, eccetera. Fino ad Haiti.

Mi ha cambiato la vita, avrei preferito vederla prima, tante cose non le avrei fatte – spiega, con un profondo sospiro – lì ho visto gli ultimi del mondo, che devono accontentarsi di quello che gli viene dato. Perché per una serie di cose ingiuste ricevono giusto un po’ di riso, il famoso pesce mentre nessuno insegna loro a pescare. Molti di questi ultimi sono bambini e il 50% di loro non ha neanche i genitori. Vengono abbandonati da Suor Marcella che gestisce 5000 persone da sola o da qualche altra anima come lei, dormono su dei cartoni per strada. Una notte con forti piogge è capace di portarsene via molti, una mattina andammo a recuperare oltre 200 corpi nel mare”.

“C’era una bambina che mi è rimasta nel cuore, sorride a me in questa foto – continua, la piccola indicata nel silenzio del suo studio urla in me indefinibili emozioni – il suo sorriso racchiude tutto. Ogni mattina quando andavo al campo da Suor Marcella, aspettava che le dessi le caramelle. Gliele davo in braccio, perché i grandi la riempivano di botte per strappargliela di bocca, come a tutti gli altri bambini”.

Riproduzione riservata©

Un’altra esperienza molto forte l’ho vissuta in Albania, durante la Missione Arcobaleno. Da un camion di profughi kosovani vennero fuori litri di liquame. Erano escrementi, dissenteria e urine, di quella povera gente che scappava dalla propria terra per salvarsi la vita. Una neonata mi fu lanciata in braccio, dalla donna che l’aveva salvata prima di saltare sul camion, pieno di fori di proiettili”.

Sono tante le storie in questa storia che potrebbero toccarci, fino alle viscere. Come quella del quadro con la foto di papa Giovanni estratto intatto da un incendio, rovente per tutti i volontari tranne che per lui che lo salvò. Un miracolo. Ecco perché la cosa più bella è che Aldo, dopo aver visto il peggio di questo mondo, continui a credere nel bene. Basta guardarlo gettare gli occhi in un istante sulle sue montagne, salvate e risalvate ogni estate da lui e dai suoi ragazzi, di cui è molto fiero.

Il 2020 è stato definito l’anno di fuoco. Le temperature sempre più alte e secche, causate dal cambiamento climatico, e gli interventi antropici, sono, secondo il report Fires, Forests and the Future: a crisis raging out of control pubblicato da WWF e BCG, le principali determinanti di tale aumento. Il 75% degli incendi boschivi è causato dall’uomo. (per approfondimenti, consigli e una guida sulla prevenzione stay tuned sui canali social di Desert Miraje™ su TikTok, Instagram e Facebook)

Aldo Baia oggi nel suo ufficio della sede “La Fenice” di Gaeta. Riproduzione riservata©

Il covid ha dato il colpo di grazia. “Ci ha portato via un pezzo di storia, ha portato via con sé molti anziani, tanta saggezza. È questo il bello della vita: vivere un film e alla fine sedersi su una panchina a raccontarlo ai giovani. Però il covid ha anche fatto qualcosa di buono. Ci ha fatto rendere conto che stiamo tutti sotto allo stesso cielo, la gente ha buttato fuori il peggio di sé, ma anche il meglio. Come nel volontariato, il vero volontario è quello che si dà senza niente in cambio”.

E tu, caro Aldo, hai sicuramente dato il meglio, come sempre. Forse non lo sai ma il volontariato che non ti ha fatto dormire la notte, con reperibilità h24, 12 mesi l’anno, ad allestire immensi campi di accoglienza per sfollati o a raccogliere bambini dalle macerie, fino a blindare la città di Gaeta con la Polizia Locale durante il lockdown, ti ha reso una persona straordinaria. O forse no, perché lo sei sempre stato. E io ti ringrazio dal profondo del mio cuore per tutto quello che hai fatto e che fai. Soprattutto perché credi in noi giovani. Sono le persone come te a darci il buon esempio. Sono gli uomini come te che vale la pena conoscere, vivere, emulare, perché da quelli come te s’impara e si cresce. E io, grazie alla tua storia, ho imparato davvero tanto.

Ho dato tutto, non ho una mia vita. Non mi sono goduto le mie figlie. Le mie ferie le ho passate a spegnere gli incendi. Dopo più di 40 anni ammetto di essere un po’ stanco. Ma mi fermerò solo quando saprò che uno dei miei ragazzi potrà prendere il mio posto. I giovani sono tutto conclude, non nascondo la commozione e mi sorride – se penso alla mia missione penso ai ragazzi e alla soddisfazione che provo quando li vedo darsi per gli altri, come ho fatto io. Che sanno fare le cose e le sanno fare bene. Voglio lasciare un’eredità, passare la staffetta e sedermi a guardare i titoli di coda. Alla mia età è questo che si fa. Io in questi giovani ci credo tanto. Vorrei dire a tutti: amate il vostro lavoro. Voi siete dei fenomeni”.

Miraja

giornalista del ventre

“Storie che arrivano alla pancia delle persone”

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