La storia di Danka oltre bullismo e critiche: quando la sensibilità ti rende migliore

Dalla letteratura all’arte, dalla danza al doppiaggio, la testimonianza di Daniela Florio in arte Danka Jovovich ci insegna a seguire il Nord: le nostre passioni, i nostri sogni, il nostro miraggio. E i cartoni animati della Walt Disney

Lo sguardo sfuggente, gli occhi blu profondi come il mare. Il sorriso di una bambina e la fantasia di un unicorno. Basta un attimo e capisci che è speciale. Non sai di preciso perché, ma lo senti. Cosa avrà di speciale questa ragazza? Me lo sono chiesto fin dalla prima volta in cui la vidi. Sorridente, profonda, pura. C’era qualcosa che mi attirava a lei, qualcosa di familiare. Poi l’ho capito.

Lei è Danka Jovovich, nome d’arte di Daniela Florio. Ventisei anni, di Gaeta (LT) e in procinto di cambiare vita, perché presto raggiungerà il suo fidanzato a Milano. La prima cosa che le ho chiesto è stata: “Perché Danka Jovovich?”, “Danka vuol dire Daniela in ebraico e Jovovich è in onore della mia artista preferita”. Geniale, no? Sì, perché se ti limiti a guardarla con gli occhi del mondo Danka è una ragazza semplice, onicotecnica, truccatrice con la passione per le arti e lo studio delle tecniche di doppiaggio. Ma se la guardi con gli occhi del cuore, pure solo un attimo, è tutta un’altra storia. (visita la pagina Facebook di Daniela e quella Instagram).

Danka al lavoro di onicotecnica. Riproduzione riservata©

Nella vita faccio un sacco di cose, è vero – risponde col sorriso più puro del mondo – da 3 anni mi dedico anche alla scrittura, sono al mio secondo romanzo con la casa editrice deComporre, una seconda famiglia per me. Sandra Cervone è una giornalista meravigliosa, crede nei giovani e in una piccola città come la nostra è un miracolo. Visto che di giovani bravi da queste parti ce ne sono parecchi, ma sembra che quasi nessuno se ne accorga”. Un vero e proprio miraggio nel deserto, purtroppo.

Il primo romanzo si chiama Vento di mare, il secondo che ho pubblicato con loro è In attesa della rondine perduta. Parla di Ariel, una ragazza molto speciale. Le tematiche affrontate sono molto sentimentali, dall’adozione al vero amore. Perché? Perché un domani vorrei avere due bambin*, un* biologic* e un* adottat*”. (gli asterischi sono per la parità di genere, ndr).

di deComporre Edizioni

Danka è innamorata dell’amore. E l’amore per la letteratura è poca cosa se si considerano tutte le altre passioni. Dai dipinti al canto, dalla danza al teatro, fino alle tecniche di doppiaggio. “Studio all’Accademia Doppiaggio di Silvia Pepitoni – continua orgogliosa – quando ho passato il provino pensavo di non farcela. La passione però mi ha fatto credere in me. Ora sono al primo livello, la strada è ancora lunga ma io adoro doppiare. La prima volta che ho raccontato a qualcuno il sogno di fare la doppiatrice avevo paura di dirlo. Il mio interlocutore invece con mia grande sorpresa mi comprese. Mi disse che sì, era un percorso impegnativo, ma incredibilmente bello.

Mi ha aiutato molto il teatro, in particolare l’esperienza nella Compagnia Teatrale Costellazione di Formia. Con loro ho girato l’Italia e ho avuto il mio primo ruolo da protagonista. Avevo 20 anni e interpretai Esmeralda ne La Cattedrale, una rivisitazione di Notre-Dame de Paris. Mi sentivo come lei, molto ingenua, passionale, romantica, con un forte legame con la maternità. Ho sempre sognato di essere mamma. Insomma ero proprio come Esmeralda: molto sensibile e allo stesso tempo molto determinata”.

Danka Jovovich in Esmeralda de La Cattedrale della Compagnia Teatrale Costellazione di Formia

Ed ecco il punto, arrivato da solo. Qual è il tuo rapporto con la sensibilità? “Sono sempre stata molto sensibile – risponde dopo una lunga pausa, fatta di imbarazzo, sorrisi, occhi nei miei per scavare in fondo a quella domanda. Ci siamo riconosciute, o forse lo avevamo già fatto – crescendo però si cambia. O meglio, ci si rafforza in qualche modo. Eppure, dentro continui a chiederti: perché il mondo è cattivo? Dovrebbe esserci condivisione, complicità, semplicità. E con la semplicità puoi andare da qualsiasi parte, perché dimostri di essere te stessa.

Secondo il vocabolario Treccani l’ipersensibilità è “eccesso di sensibilità per fatti estetici, sentimentali, morali, ecc”. “Eccesso”. Sempre per Treccani “eccesso” significa (cito) “l’eccedere, l’andare oltre il limite, il passare la giusta misura; con sign. concr., la parte che supera il limite, che oltrepassa la misura”. Sì, è proprio questo il punto. È opinione comune, e a quanto pare di alcuni vocabolari, che l’ipersensibilità sia un eccesso di sensibilità, e quindi provare delle emozioni oltre la misura. Ma qual è la misura? Esiste una giusta misura per provare le emozioni? E se sì, chi lo ha detto?

Un’opera di Danka. Riproduzione riservata©

Le Persone Altamente Sensibili (PAS) sono quelle che percepiscono gli stimoli interni ed esterni in modo più intenso e profondo, sono particolarmente empatiche e intuitive. Questo avviene perché il tratto dell’Alta sensibilità, genetico e quindi innato, è determinato da un funzionamento diverso del sistema neurologico, più attivo e suscettibile – si legge sul sito del progetto ‘Persone Altamente Sensibili – HSP Italia’, sostenuto dalla dott.ssa Elena Lupo, Consulente Italiana sul tratto “Alta Sensibilità” come Advanced Training HSP Consultant – l’ipersensibilità è un tratto che riguarda il 15-20% delle persone. Non è una patologia, né un ‘super potere’, comprende aspetti genetici e neurologici, ed implica aspetti del comportamento specifici che richiedono consapevolezza e strategie per essere utilizzati come un vantaggio”.

Secondo le ricerche di Elaine Aron (psicoterapeuta) e del marito Arthur Aron (neurologo), le Highly Sensitive People (HSP) si contraddistinguono per caratteristiche riassumibili nell’acronimo D.O.E.S: Depth of processing (processiamo più profondamente le informazioni), Overarousability (siamo più facilmente soggetti a sovrastimolazione e sovraccarico), Emotional responsiveness/empathy (entriamo in connessione emotiva più facilmente), Sensitive to subtle stimuli (percepiamo dettagli sottili dell’ambiente e delle relazioni sociali che altri non percepiscono). (per approfondire clicca qui)

Un’opera di Danka. Riproduzione riservata©

Purtroppo sono poche, ancora troppo poche le persone che ci capiscono.

Ho subito bullismo verbale e fisico, in particolare nei primi anni di scuola superiore, frequentavo il magistrale. Non c’era giorno in cui non tornassi a casa in lacrime – racconta Danka con grande coraggio – una volta 5 ragazze mi hanno pestata di botte nel bagno della scuola. So che è una cosa poco carina da dire, ma è la verità. In classe ero quella che studiava, che rispettava i prof. Ne parlai con i miei e decisi di cambiare scuola. Andò un po’ meglio, ma neanche tanto. Dicono che queste cose ti rendono più forte, non è vero, ti fanno stare uno schifo. Con il tempo si cresce e ci si rafforza, questo sì.

A scuola si va per studiare, per stringere amicizie, per imparare. Non per prendersi gioco degli altri. Molti professori tendono a insegnare ai ragazzi e alle ragazze solo la loro materia e dimenticano le relazioni e la comunicazione. Bisognerebbe educare i giovani con il metodo Stanislavskij della recitazione: come ti sentiresti tu in quella situazione? Dovrebbero imparare a chiederselo tutt*, anche gli utenti di Facebook che ti attaccano sui social e per strada si girano dall’altra parte. Con queste cose si può distruggere una persona”.

Ma tu, cara Daniela, non sei stata distrutta. Né sei stata cambiata, perché finita l’intervista ti ho vista più radiosa di sempre. Sei un esempio, una brava ragazza, piena di passione e io ti ringrazio perché non mi fai sentire sola. Sapere che nel mondo ci sono ragazze come te mi rende il cuore pieno di gioia.

Buon miraggio, Danka!

Miraja

giornalista del ventre

“Storie che arrivano alla pancia delle persone”

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