N. 0: Non tutto il covid viene per nuocere

Mi avevano detto che non ce l’avrei fatta. Ma si sbagliavano. Mi avevano detto che giovani, donne, del Centro Sud Italia, che vengono dal basso e che partono da zero, da sole, senza scendere a compromessi né corrompersi, nel 2020, in piena pandemia non ce l’avrebbero fatta. Che io non ce l’avrei mai fatta. Eppure sì, si sbagliavano.

Mi chiamo Miriam Jarrett, in arte Miraja, ho 30 anni, sono una giornalista che crede nel bene, scrittrice ottimista, insegnante di danza del ventre-fusion, amante del mare, dei cani pechinesi e dei lieti fine, innamorata dell’amore e della vita, con un passato difficile e una gioia incontenibile. E ho detto basta.

Basta brutte notizie. Basta tragedie che nascono e muoiono senza un senso. Basta comunicazione negativa, basta con le donne che non possono creare qualcosa di nuovo. Basta con la diversità che è un problema. Basta col pessimismo, perché le cose belle esistono, nonostante tutto. Nonostante tutto. E quindi eccomi, ci sono anch’io. Con i miei sogni, le mie prospettive, la mia idea di giornalismo e comunicazione. La mia idea di mondo, di svolta, di crescita, di nuovo. Questo magazine è nato da questa parola: basta. L’ho detta molte volte nella mia vita, ed è grazie a lei che oggi sono qua. E grazie a ribellione, tenacia, costanza, determinazione, lavoro duro, fatica, passione e amore che ho voluto creare qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso —> per sapere di più sulla mia vita scarica il mio curriculum vitae

Com’è nato Desert Miraje™ – Magazine di inchieste e storie di vita?

Era circa un anno fa, in pieno lockdown per il covid-19. Dopo troppi anni a sgobbare duramente per un avvenire, avevo fatto un salto nel vuoto, un po’ per costrizione, un po’ per amor proprio, molto per vocazione, perché sentivo che il mio destino era un altro. Avevo lasciato i miei 3 lavori e mi ero presa un periodo di pausa per riposare, guarire da alcuni problemi di salute, studiare. Un giorno sfogliando un quotidiano, decisi di impegnare un po’ del tempo in quarantena lavorando a un reportage sul “caso Gaeta”, la mia città in provincia di Latina nel Lazio, per scrivere di come stava affrontando la pandemia, di strategie e azioni che nel giro di un anno sono diventati un esempio per il mondo intero. Ho svolto un lavoro d’inchiesta per 3 settimane. Ho seguito la Croce Rossa, la Protezione civile, il Comune. Ho intervistato enti, associazioni, volontari, cittadini, imprenditori del territorio. Ne è venuto fuori qualcosa di meraviglioso: contenimento del virus, l’economia che ha continuato a girare, nonostante tutto, cittadini che non si sono sentiti soli, tutti che hanno dato una mano. Insomma, quello in cui credo con tutta me stessa e al quale lavoro da 5 anni: una storia forte ma emozionante, che metta in risalto il lato positivo della notizia.

Comunque, finito il reportage provai a piazzarlo come freelance. Ma in giro per giovani giornalisti, sebbene con esperienza e titoli, c’è ben poco: indifferenza, pochi euro per un lavoro di 3 settimane, ancora meno per un articolo (se sei fortunato ci paghi un caffè con gli amici, altro che spesa e bollette!), e oltre il danno la beffa, perché per te niente firma, spesso il tuo lavoro viene dato ai collaboratori fissi del giornale che te lo pubblica e tu al massimo vieni “citato per aver collaborato”. Gratis. E questo vale per molti giornali, senza distinzione tra locali e nazionali, ignoti e famosi, cartacei e digitali, prestigiosi e prestigiosissimi.

Ma anche NO! Ero in attesa di sostenere la prova di una importante borsa di studio, stavo lavorando a un progetto di narrativa (ancora inedito) ero ferma. Mi venne un’idea: perché regalare il mio lavoro? Perché svenderlo, buttarmi in un cesso, insieme a 29 anni di sacrifici, sofferenze, problemi a non finire, 3 lauree, infiniti corsi di formazione, 5 anni di giornalismo d’inchiesta, 23 di danza e spettacolo, parecchi nel sociale come volontaria e professionista, soprattutto con un’idea di comunicazione completamente diversa da ciò che c’è in giro? Ho 30 anni, voglio fare qualcosa. Voglio cambiare la mia vita, aiutare gli altri, salvare me stessa. Sarò infantile o pazza ma io voglio cambiare il mondo. Specifico: credo che il mondo possa migliorare e sono sicura di poter contribuire nel suo miglioramento. Ognuno di noi può farlo, se lo vuole davvero.

Così mi sono seduta, ho preso il mio taccuino e ho buttato giù idee. Ne è venuto fuori un logo, un personal brand, un magazine. Il campo era quello della comunicazione e dell’informazione digitale, lo stile ottimista, l’argomento centrale l’eroismo della quotidianità, meglio se impastata a temi importanti come ambiente, inclusione, diritti umani e animali, diversità, cambiamento, valori, ideali, idee, il format quello delle storie.

Perché Desert Miraje, (tradotto “miraggio del deserto”)?

Perché i miraggi sono come i sogni, la speranza, la fede, gli obiettivi, le idee: qualcosa che vedi anche se non c’è nel concreto, che ti spinge ad andare avanti, procedere nel deserto della tua vita fino a quando non ne sarai uscito. E magari quel miraggio sarà diventato realtà.

Perché in inglese? Perché ho origini italo- americane! E per chi si stesse chiedendo Perché c’è la”j in “miraje” ovviamente è per il mio cognome.

Ecco trasformato un momento potenzialmente terribile nell’anno della svolta. Ecco che nel 2020, tra crisi, pandemia, armageddon e apocalisse, ho creato il personal brand Desert Miraje™ (marchio depositato in attesa di registrazione), oggi un sito web delle idee, con un progetto di comunicazione positiva che io chiamo “HOME” (acronimo di Habitable Oasis Mirage Exists – il miraggio dell’oasi abitabile esiste) perché rivolto a chiunque si senta smarrito, rifiutato, solo o semplicemente incompreso. Un progetto lanciato sul web e sui social insieme a una campagna, #communicationpositivity. Un sito di idee rivoluzionarie, perché qualcuno prima o poi lo deve salvare questo mondo, o almeno provare a migliorarlo, e io sono sicura che in giro c’è parecchia gente pronta a farlo. Questo Magazine è una delle prime attività del mio brand —> per saperne di più visita il sito www.desertmiraje.com

Mi definisco giornalista del ventre, perché sono un’ibrida: metà corpo, metà mente, metà giornalista, metà danzatrice. Chi l’ha detto che l’una esclude l’altra? Il mio motto è “storie che arrivano alla pancia delle persone”, perché la mission di questo Magazine è raccontare storie forti di persone in gamba, che hanno lottato e sofferto, amato e sbattuto la testa, che hanno affrontato e affrontano gli ostacoli della vita con forza, coraggio e sorriso. Per farlo ho scelto un genere giornalistico in crisi, sebbene considerato da molti il più nobile, vale a dire l’inchiesta —> per saperne di più visita la MISSION del Magazine.

Come si compone il Magazine?

Non voglio dilungarmi. Il Magazine è un settimanale regolarmente registrato, il giorno delle pubblicazioni online è il venerdì, con la possibilità di qualche speciale di stretta attualità negli altri giorni. Ogni pubblicazione è a tema, spesso con firme ospiti del Magazine. Ogni venerdì ci sarà una storia diversa nella sezione STORIE, accompagnata da un editoriale nella sezione BLOG e da poesie, racconti brevi, commenti, post, ma anche fotoreportage, fumetti, video nella sezione GALLERY. Nella sezione CARA MIRAJA c’è la corrispondenza con i lettori (consigli miei per voi e vostri per me, considerazioni, dibattiti, esperienze, brevi testimonianze, insomma quello che volete), da inviare all’indirizzo email redazione@desertmiraje.it, oppure compilando il form nei CONTATTI. Per il resto ci sono i social, seguiteli. Ci saranno anche backstage, sorprese, balletti e pillole di danza (un incredibile toccasana per corpo e mente).

Soprattutto, facciamo squadra. Creiamo una community di persone diverse, ma che hanno la stessa idea di futuro: migliore, ma solo se lo vorremo. Intanto godetevi il numero zero del Magazine, è interamente sul covid. Che No, non viene tutto per nuocere.

Buon miraggio!

Miraja

giornalista del ventre

“Storie che arrivano alla pancia delle persone”

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