Io, PRO VAX, ho rischiato di morire per il vaccino. La mia storia

Ecco la storia di una persona PRO VAX, sempre a favore dei vaccini, della medicina, dei farmaci. Per diritto di cronaca, mi sento in dovere di raccontarvela. Il Desert Miraje® Magazine è un giornale indipendente, non di “regime” e non fa propaganda alcuna. È diritto dei cittadini ascoltare anche un’altra campana, soprattutto di una persona che avrebbe potuto morire a causa di vaccino, farmaci e i medici, ma fortunatamente si è salvata la vita e oggi può raccontarlo

Amore, svegliati, mi sento morire!”, “Che hai?”, “Non lo so, non riesco a respirare! Mi fa malissimo il petto, mi fanno male i polmoni! Non riesco a respirare! Aiutami!”.

Da lì ho vaghi ricordi. Ricordo l’ambulanza, l’ospedale, l’attesa infinita al pronto soccorso. Il primario che mi imbottì di paracetamolo, nonostante gli avessi detto che ero allergica, le lacrime. Il dolore lancinante, distruttivo, qualcosa che non avevo mai provato.

Ricordo il medico di turno, che all’alba mi congedò con una diagnosi: “toracoalgia”, e altro paracetamolo prescritto. “Sono allergica” continuavo a dirgli, mentre iniziava un mal di pancia fortissimo e un prurito alle mani. “Se non vai in shock anafilattico non sei allergica” rispose stizzito.

Ecco, così iniziò il peggiore incubo vissuto nella mia vita, tutto in una notte. Eppure ne ho passate tante, credetemi.

Mentre dormivo avevo sentito un dolore lancinante partire da dietro la schiena e arrivare fino al petto. Non riuscivo più a respirare. Nel giro di una settimana ho rischiato di andare in arresto cardio-respiratorio e di morire. L’aria non riusciva a espandersi nei polmoni, diventai di un colore giallognolo.

M. J. inizio dei sintomi dopo il vaccino

Questa è la mia storia. La storia di una persona PRO VAX, sempre a favore dei vaccini e della medicina, dei farmaci. La storia di una ragazza che da bambina spesso si ammalava, i medici dicevano che era un soggetto ipersensibile e dunque la imbottivano di farmaci e vaccinazioni. Fino a quell’anno, il 2018, in cui ho rischiato di perdere la vita.

È bellissimo raccontare le storie degli altri, non c’è cosa più emozionante per un giornalista. Ma quanti giornalisti e giornaliste hanno il coraggio di raccontare la propria? Le cose più intime, i momenti terribili, perché quelli di gioia si sa, siamo tutti bravi.

Ma io oggi ho scelto di farlo. Per il diritto di cronaca, per deontologia ed etica professionale, perché ho una coscienza. Perché la mia storia, magari, può essere di ispirazione per qualcuno.

Facciamo un passo indietro e torniamo a qualche tempo prima di quella notte. Avevo fatto una dose di vaccino antinfluenzale al braccio sinistro, sotto consiglio del mio medico di famiglia (uno dei tanti che ho cambiato nella mia vita). Tutto ok, ora sei vaccinata” mi disse il dottore soddisfatto e con voce rassicurante. Mi vestii e tornai alla mia auto.

Un dolore terribile, come un crampo, mi pervase il braccio. “E’ normale” pensai tra me, visto che tra le controindicazioni c’è proprio questo effetto. “Sicuramente tra qualche giorno andrà via”.

Non fu così. La notte il dolore si acuì e ancora e ancora, nei giorni seguenti, fino a rendermi invalida. Non riuscivo a muovere il braccio, né ad alzarlo per infilare una maglia. Anche allora insegnavo danza, ma dovetti fermarmi e prendermi un periodo sabatico.

M. J. dopo qualche tempo dalla somministrazione del vaccino (antinfluenzale, prevenzione malattie respiratorie e polmonari)

Passarono le settimane e il mio braccio peggiorava. Feci un sacco di analisi e controlli, esami, ecografie super specialistiche. Iniziai così il mio pellegrinaggio rimbalzando da un medico all’altro, da una clinica all’altra, da un ospedale all’altro.

Nulla, non usciva nulla. Vi dico che il braccio è guarito oggi, grazie a Dio, dopo un anno e mezzo. Di certo non grazie ai medici che mi hanno assistito, ma grazie a me, alla fisioterapia, al nuoto, alla ginnastica dolce, alla mia Kinesiologa e alla Fitoterapia (ufficialmente approvata dall’AIFA – Agenzia Italiana del Farmaco, leggi di più).

Parallelamente al braccio, nelle settimane che si susseguivano, ho iniziato ad accusare altre “controindicazioni”. Prima dolori ai tendini delle braccia, poi a quelli delle gambe, fino ai piedi e a non riuscire più a camminare. Il mio compagno doveva prendermi in braccio per spostarmi da casa all’automobile.

Non riuscivo a recarmi sul posto di lavoro. I miei direttori, super comprensivi, mi hanno fatto lavorare in smartworking per tutto il periodo. Sono stata fortunata, altrimenti non avrei avuto neanche i soldi per pagare le visite mediche e i farmaci. Che sul mio comodino crescevano.

Poi, un giorno dopo la doccia, notai una specie di bolla sulla gamba. Era rossa, gonfia, sembrava un’ecchimosi. “Vado sempre sbattendo ovunque, soprattutto adesso con questa tendinite” pensai tra me.

Ma dopo quel “bozzo” ne uscì un altro. E un altro. E un altro.

Nel giro di qualche giorno avevo le gambe, le tibie e i piedi pieni di questi bozzi. Rossi, gonfi, doloranti, non riuscivo neanche ad appoggiare i piedi per terra.

Primo “bozzo”

Iniziò un mal di schiena, fortissimo. Chiamai il mio medico curante, sentivo che qualcosa non andava. Tutti continuavano a ripetermi che non era niente, che ero solo stressata. Certamente, ero stanca di fare la pallina di ping pong da uno studio medico all’altro. Mi sentivo debole, ero pallida, come se ogni giorno mi spegnessi di più. “Non posso venire a casa tua, devi avere almeno i decimi di febbre” rispondeva.

Manco un oracolo, mi salì la febbre. Febbricola, 37,5.

Venne il medico a visitarmi a casa. Con lo stenografo, dietro gli occhiali, lo vedevo imbronciare. Arricciò le labbra, poi mi disse: Sento un rumore ai polmoni che non mi piace. Facciamo i raggi?” e io “qualche giorno fa li ho fatti all’ospedale per precauzione, il primario mi ha detto che non ho nulla”. (per motivi di privacy non ci è possibile dire quale, ndr).

Il medico acconsentì al mio suggerimento e se ne andò. Prescrivendomi altri farmaci, altri antibiotici.

Vi giuro, mentalmente mi stavo distruggendo. Ero depressa, piangevo tutti i giorni, non riuscivo a fare niente, neanche le cose quotidiane. Non potevo pulire casa, uscire con gli amici, non potevo andare in ufficio. Non riuscivo ad attraversare la strada per entrare in macchina.

Non riuscivo a fare più niente. Non potevo più ballare, non potevo più scrivere al computer i miei articoli.

Iniziò il dolore alla schiena, era come se avessi conficcato un coltello all’altezza del polmone sinistro. La notte in cui avvenne il fatto era una notte importante per me. A quel tempo lavoravo per un noto festival italiano e il giorno dopo era il mio momento. Mi avevano affidato un compito speciale dietro compenso, un vero e proprio salto per la mia carriera.

Invece di riposare per essere fresca il giorno dopo, mi svegliò il dolore come una scossa elettrica e mi portò in ospedale, a piangere.

Il mattino seguente ero sul divano della mia piccola casa, dove abitavo prima. Dolore terribile, acuto, respiravo a malapena. Stavo attenta a far entrare l’aria perché ogni inspirazione ed ogni espirazione mi massacravano.

Dopo una settimana sentivo le forze abbandonarmi. La febbre saliva, provai anche delle terapie alternative, ma mia madre arrabbiatissima mi avvolse in una coperta e mi portò a Napoli da uno specialista di famiglia. Che mi salvò la vita.

Ecco cosa avevo: una pleuropolmonite acuta, il liquido si era versato nella pleura e il polmone sinistro era quasi chiuso. Mi stavo spegnendo, pochi giorni e sarei finita in arresto cardio respiratorio, disse lo specialista. Gli devo la vita.

Con il “finalmente azzeccato” antibiotico, forti antinfiammatori specifici, vitamine, protezioni allo stomaco, pomate e antimicotici vari guarii. Dalla polmonite e dalla tendinite, perché quei bozzi alle gambe scoprii che si chiamavano “eritema nodoso”, generalmente viene con la salmonella. Che non avevo, ma l’eritema ancora va e viene.

Per anni ho continuato il mio pellegrinaggio tra i medici: reumatologi, infettivologi, ematologi, ginecologi ecc. Pensavano soffrissi di spondiloartrite, di artrosi o di artrite reumatoide. Perché con il tempo iniziai ad avere forti dolori ai nervi, non riuscivo neanche a chiudere un barattolo.

Tra le cose, mi è venuto un acufene all’orecchio destro, un rumore fastidioso che non va via né notte né giorno. “Causa sconosciuta”. Ce l’ho ancora e non c’è una cura.

In tutto ciò mentalmente ero a pezzi. Piangevo continuamente, rischiai la depressione. Una mia amica mi mandò da una psicologa, anche kinesiologa. Ecco, lì proprio lì, a curarmi con i fitoterapici e la vita sana, con una ginnastica dolce, eliminando le cose e le persone tossiche dalla mia vita, evitando farmaci e non vaccinandomi più ritornò il sole.

M. J. dopo diversi mesi, in convalescenza

È così che voglio concludere questa storia. Oggi sono sana, felice, non nascondo che l’eritema ogni tanto rispunta con qualche “bozzo” perché tende a cronicizzarsi ed è capace di tornarti poi anche per una intolleranza alimentare.

Ma sto bene, godo di ottima salute. Prendo molti integratori, faccio molta prevenzione. Ogni giorno assumo echinacea, una pianta per le difese immunitarie che troviamo in farmacia solo in piccolissime percentuali, dunque vi consiglio di prendere echinacea assoluta via internet.

Conduco una vita sana, ogni giorno faccio una camminata nella natura di almeno 30 minuti. Mi alleno, tutti i giorni, cerco di stare al sole più che posso in inverno. Spesso cerco il mare e la natura, sono tornata a insegnare danza, ho un’alimentazione mediterranea e variegata. Evito glutine e lattosio, cibi pesanti e spezie, prediligo frutta e verdura, non riempio mai lo stomaco oltre l’80%, evito i posti affollati e il contatto ravvicinato.

Indosso la mascherina, lavo e igienizzo sempre le mani, tengo pulita la casa e i vestiti. Gioco molto con gli animali, mi curo con i fitoterapici, faccio meditazione. Respiro con il diaframma più che posso.

In tutto ciò, nessuno si è voluto prendere la responsabilità di nulla. Né di quello che mi è successo per un vaccino, né per esonerarmi dal farne altri (come è giusto che sia). Sapete, non bisogna andare in shock anafilattico o trombosi per diagnosticare un’allergia.

Perché una persona deve morire, prima di dire “avremmo potuto fare qualcosa?”.

Io però con tutte queste difese immunitarie, oggi vengo trattata come una lebbrosa, in Italia. Nella mia terra, dove più di 2 milioni di persone, per i miei motivi o altri non si stanno vaccinando. Oltre 2 milioni.

Oggi non mi definisco NO VAX, sono ancora PRO VAX, credo nella Scienza e nella Medicina, soprattutto nella Penicillina e nell’antibiotico che ti salva la vita. Ma: credo sia necessario un uso moderatissimo di farmaci e vaccini, che non vadano somministrati a pioggia, soprattutto alle persone “fragili e ipersensibili”, semmai è proprio il contrario.

Purtroppo, ahinoi, l’economia occidentale si basa soprattutto sui colossi farmaceutici e allevamenti intensivi di carni. Per carità, ogni riferimento è puramente casuale. Mi prendo la responsabilità delle mie parole sul mio caso specifico.

Buon miraggio! Da M. J. oggi felice e in ottima salute

Miriam Jarrett

Miraja giornalista del ventre

“Storie che arrivano alla pancia delle persone”

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